Avvocato prestigioso o avvocato autorevole?

C’è una parola che, quando viene accostata alla professione forense, mi lascia sempre una certa diffidenza: prestigio.

Non perché il prestigio sia, in sé, qualcosa di negativo, sarebbe ingenuo dirlo; esistono carriere prestigiose, studi prestigiosi, incarichi prestigiosi, percorsi professionali che meritano riconoscimento eppure la parola conserva una zona dombra.

Prestigio” deriva dal latino praestigiae, termine che rimanda ai giochi di prestigio, allillusione, allarte di far vedere qualcosa che non c’è o di nascondere ciò che c’è davvero.

Il prestigio, nella sua radice più antica, ha a che fare con labbaglio.

Forse è per questo che, quando penso allavvocatura, preferisco unaltra parola: autorevolezza.

Meno brillante e forse meno immediata, ma sicuramente più solida perché il prestigio si nota mentre lautorevolezza si riconosce.

Il prestigio può dipendere da molti elementi esterni: uno studio elegante, un nome conosciuto, una posizione visibile, un linguaggio ricercato, una certa capacità di occupare la scena. 

Lautorevolezza, invece, è più difficile da costruire e più facile da perdere, perché non nasce da ciò che lavvocato mostra, ma da ciò che gli altri imparano ad aspettarsi da lui.

Una parola mantenuta, una risposta chiara, una scadenza rispettata, un limite dichiarato, un dubbio non mascherato da falsa certezza, una proposta spiegata senza nebbia, un no” detto al momento giusto: sono queste le cose, spesso meno appariscenti, che nel tempo costruiscono la percezione di un professionista affidabile.

Per molto tempo, nella nostra professione, abbiamo rischiato di confondere lautorevolezza con la distanza; abbiamo pensato che lavvocato dovesse essere serio nel senso di freddo, competente nel senso di inaccessibile, rigoroso nel senso di complicato.

Abbiamo, anche, scambiato il linguaggio oscuro per profondità, la formalità per statura, il tono severo per forza, la distanza dal cliente per professionalità.

Ma un avvocato non diventa più autorevole perché il cliente capisce meno, diventa più autorevole quando il cliente, dopo avergli parlato, capisce meglio.

Questo non significa banalizzare il diritto, semplificare ciò che è complesso fino a renderlo falso, né trasformare lavvocato in un intrattenitore, in un venditore di rassicurazioni o in un produttore seriale di contenuti facili.

Quello che significa è fare qualcosa di molto più difficile: rendere comprensibile la complessità senza tradirla.

La chiarezza non è il contrario della competenza, spesso ne è la prova più severa.

Chi conosce davvero una materia sa distinguere lessenziale dallaccessorio, sa scegliere le parole, sa dire al cliente che cosa conta e che cosa non conta, che cosa si può fare e che cosa non si può promettere.

Lavvocato autorevole non è quello che domina la stanza, è quello che orienta.

Non ha bisogno di mettere gli altri in soggezione per far valere le proprie ragioni, perché sa che nessuno è perfetto, nemmeno i professionisti, non trasforma ogni conversazione in una gara di superiorità e non usa il diritto come una lingua segreta per tenere il cliente lontano.

Lautorevolezza non è arroganza.

  • Larroganza chiede obbedienza mentre lautorevolezza genera fiducia,
  • larroganza riempie gli spazi, mentre lautorevolezza li ordina,
  • larroganza ha bisogno di essere ribadita continuamente, mentre lautorevolezza, quando è vera, lavora anche in silenzio.

C’è un elemento decisivo: lautorevolezza non coincide con il carattere, perché non è una dote misteriosa, concessa ad alcuni e negata ad altri.  Si costruisce, e si costruisce per ripetizione.

Una singola condotta corretta è un episodio; una condotta corretta ripetuta nel tempo diventa reputazione.

Essere puntuali una volta è buona educazione, mentre esserlo abitualmente diventa affidabilità. Spiegare bene una volta è attenzione, ma spiegare bene sempre diventa stile professionale. Non promettere ciò che non si può mantenere, in una singola occasione, è prudenza; farlo come metodo diventa identità.

Lautorevolezza nasce quando certi comportamenti diventano così costanti da non avere più bisogno di essere annunciati.

È qui che la reputazione entra in gioco.

La reputazione non è una semplice decorazione, né una targhetta sulla porta, e non si misura con il numero di visualizzazioni di un post o la quantità di contatti in rubrica.  È ciò che rimane quando non ci siamo: è quello che un cliente racconta dopo una visita, quello che un collega pensa quando deve fare un nome, e quello che un altro professionista valuta quando decide di collaborare con noi.

Perché quando un collega ci segnala, non ci sta soltanto passando un cliente”: ci sta affidando una parte della propria credibilità.

Questo è il vero network tra avvocati.

Non il giro di conoscenze, non lo scambio di cortesie, non la collezione di biglietti da visita, aperitivi, chat, gruppi e contatti LinkedIn. Il network, nel senso più serio, è una rete di fiducia tra persone che sanno di potersi esporre reciprocamente senza essere tradite.

È sapere che, se non sono il professionista giusto per quella questione, posso indicare un collega senza sentirmi diminuito; è sapere che la competenza altrui non minaccia la mia, ma la completa; è sapere che la professione non si regge solo sulla concorrenza, ma anche su forme mature di cooperazione.

Lavvocato prestigioso cerca spesso relazioni che lo confermino, mentre lavvocato autorevole costruisce relazioni che reggono anche quando non portano un vantaggio immediato.

La differenza è sottile, ma sostanziale.

Il prestigio può anche essere rapido: a volte bastano una buona immagine, una posizione favorevole, una comunicazione efficace o un contesto che amplifica. Lautorevolezza, invece, è più lenta, perché richiede coerenza, misura, continuità e capacità di abitare il proprio ruolo senza esserne prigionieri.

Richiede anche una certa sobrietà: sapere che non tutto deve essere comunicato, non tutto deve essere esibito e non tutto deve diventare prova pubblica del proprio valore.

In un tempo in cui anche la professione forense è attraversata dalla necessità di comunicare, distinguersi e rendersi visibile, il rischio è evidente: scambiare la visibilità per reputazione.

Ma essere visibili non significa essere credibili; essere riconoscibili non significa essere affidabili; essere seguiti non significa essere stimati.

La comunicazione può aiutare lautorevolezza, quando è coerente con ciò che siamo e con il modo in cui lavoriamo. Può invece danneggiarla quando diventa comunicazione di vanità: molta esposizione e poca sostanza, molta promessa e poca responsabilità, molta immagine e poco metodo.

Forse la domanda da farsi non è: Come posso apparire più autorevole?”.

La domanda più utile è unaltra:

Quali comportamenti sto ripetendo abbastanza spesso da diventare la mia reputazione?

L’autorevolezza, alla fine, non si costruisce con le parole, ma con il riconoscimento degli altri. Non è questione di imporsi, ma di essere riconosciuti per quello che siamo.  Il prestigio può farci entrare, ma l’autorevolezza fa sì che quella porta resti aperta anche quando non siamo lì a bussare.

Avv. Aldo Bimbato

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